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domenica 31 dicembre 2017

DRAGHI NEI GUAI: APERTA INDAGINE SUI SUOI INCONTRI CON ASSOCIAZIONI SEGRETE

DRAGHI NEI GUAI: APERTA INDAGINE SUI SUOI INCONTRI CON ASSOCIAZIONI SEGRETE

Il Mediatore europeo ha aperto una inchiesta su Mario Draghi. Su sollecitazione di Corporate Europe Observatory (l’ONG che si occupa di monitorare le grandi lobby e i conflitti di interesse) è finita sotto torchio l’adesione del Presidente della BCE e il coinvolgimento di alti funzionari dell’Istituto al Gruppo dei Trenta, un gruppo internazionale privato avvolto da assoluta segretezza e opacità che si occupa di questioni economiche, monetarie e finanziarie. Secondo le accuse, la partecipazione di Draghi a questo gruppo mina i requisiti di indipendenza, reputazione e integrità della BCE.
Tra le fila del gruppo dei Trenta vi sono soprattutto le grandi banche di investimento, come JP Morgan, Goldman Sachs, Credit Suisse, Morgan Stanley, Deutsche Bank, Santander, UBS, e anche i fondi che speculano sui crediti deteriorati come Blackrock (qui la lista dei membri) In particolare, il forum si è occupato di individuare le riforme per mettere in sicurezza il sistema bancario e finanziario che ci ha trascinato nella crisi più profonda della storia recente.
La BCE minimizza e in una nota difende Draghi e i suoi funzionari dicendo che partecipano solo per “approfondire la conoscenza delle questioni economiche e finanziarie internazionali” e di non“influenzare il processo decisionale”.
Ma tutta la verità sta venendo a galla. Dietro alla mancata riforma della finanza globale, dietro al ritorno della speculazione finanziaria e al consolidamento delle grandi banche di investimento too-big-to-fail (anziché lo smantellamento che era stato promesso), c’è un enorme “regulatory capture”, ovvero quel fenomeno per cui le grandi banche private e la lobby finanziaria influenzano, secondo i propri interessi privati, gli orientamenti dei regolatori e frenano ogni tentativo di riforma. Siamo dentro un gigantesco conflitto di interessi tra regolatori e banche private che viene naturalmente coltivato e alimentato proprio grazie alla costante interazione degli appuntamenti informali e alla pericolosa contiguità dei controllori con i vigilanti.
Non possiamo quindi stupirci se la riforma della finanza realizzata in questi anni sia molto lontana da quanto era stato promessa dopo lo scoppio della crisi. Nessuna azione contro le mega-banche (la proposta di separazione bancaria è stata addirittura ritirata con il favore della BCE), nessuna misura efficace contro l’eccessiva accumulazione di rischi finanziari, le pericolose interconnessioni nel settore bancario, o contro il rischio sistemico legato alla crescita del sistema bancario ombra che minaccia la stabilità del sistema finanziario globale.
Si è andati invece nella direzione opposta.Le pressioni della vigilanza si sono concentrate in modo asfissiante sul rischio di credito e sul modello più sano e stabile di banca, quello delle banche tradizionali e territoriali concentrate sul finanziamento dell’economia reale. Un approccio che contribuisce all’obiettivo, dichiarato più volte dalla BCE: favorire il processo di consolidamento bancario, ovvero meno banche e più grandi. La BCE sta da tempo incoraggiando le fusioni bancarie e le svendite in massa dei crediti deteriorati a vantaggio dei fondi speculativi. Difficile non sentire l’odore di conflitto di interessi e non vedere dietro queste decisioni l’esigenza di accomodare aspettative e esigenze della potente lobby finanziaria.
Fonte Qui
http://www.stopeuro.news/draghi-nei-guai-aperta-indagine-sui-suoi-incontri-con-associazioni-segrete/

Buon anno ...di Antonio Gramsci


Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.
Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.
Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna. E sono diventati cosí invadenti e cosí fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 o il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Cosí  la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa la film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.
Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio.
Tutto ciò stomaca.
Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno piú nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.
Antonio Gramsci
(1° gennaio 1916, da Avanti! ed. torinese, rubrica “Sotto la mole”)

Della Luna: tengono in vita l’Italia solo per finire di svuotarla



Il re è nudo ma niente succede. I numerosi scandali e, ultimamente, la commissione parlamentare di inchiesta sulle banche, hanno messo a nudo la realtà della politica e della burocrazia, le sistematiche e trasversali ruberie del regime, la sua strutturale illegalità di funzionamento – e niente succede, la società accetta tutto passivamente. Così come fa la “giustizia”, il popolo non reagisce, accetta ingiustizia e illegalità. Sempre più subisce e non agisce. L’esperienza gli ha insegnato che votare e manifestare è improduttivo. Una ribellione popolare contro il marcio regime è impossibile: il popolo italiano è vecchio e sfiduciato, anche in se stesso, e senza fiducia in se stesso un popolo non organizza una ribellione. E il voto non consente di cambiare, come si dirà. I banksters saccheggiano impuniti il risparmio, mentre autorità di controllo giudiziarie e amministrative chiudono un occhio o due e non agiscono nemmeno dopo il fatto. Il governo, con dentro parenti e amici dei banchieri, li copre e scarica sulla società civile i danni dei loro abusi. Grillo ruggiva dichiarando che il suo movimento avrebbe aperto i palazzi del potere come scatolette di sardine per mettere alla luce del giorno tutte le illegalità, come se ciò potesse suscitare reazioni tali da riformare il sistema. Ma non è così: il sistema continua come prima, e la gente subisce passivamente.

E perché stupirsi? La legalità è l’interesse più diffuso, dunque il più disperso, il più debole, quindi il più perdente. E’ un interesse impotente a difendere se stesso. Il popolo è bue perché è popolo, non per altra ragione. Per contro, gli interessiconcentrati, dei pochi contro i molti, soprattutto se illeciti e nascosti, sono anche poteri forti, e hanno buon gioco a comprare chi gli serve e a mettere nei posti giusti i loro fiduciari. Gli esponenti del regime italiano vantano oggi una ripresa economica, sia pur da fanalino di coda, ma non dicono che le previsioni per i prossimi 25 anni mostrano il sistema-paese Italia in costante perdita di produttività-competitività rispetto agli altri paesi comunitari e Ocse. Il che comporta che, per competere sui costi di produzione, si dovrà continuare a tagliare i salari reali, i diritti dei lavoratori, le pensioni, gli investimenti, e che in prospettiva l’Italia è spacciata, perché già da 25 anni sta perdendo in produttività comparata, e 50 anni così implicano che il paese non è più vitale. Spacciata, anche perché il governo deve perseguire una politica di saldi primari attivi (cioè togliere con le tasse dalla società più denaro di quanto riversa in essa, nonostante che la società sia in grave carenza di denaro).

Altro che virtuosità, risanamento, ripresa: tutto deve andare ai banchieri che prestano i soldi, compresa la proprietà delle aziende. Senza investimenti strategici non vi è recupero di produttività, non vi è fine del declino. Ciò accelererà la fuga di capitali, imprenditori, lavoratori qualificati e cervelli. Questo destino fallimentare è connaturato all’Italia unitaria, a questo Stato voluto e creato dall’estero per servire ed essere sfruttato da potenze straniere, come spiegato in precedenti articoli. Uno Stato sbagliato per composizione, che è stata fatta accozzando nazioni preunitarie troppo diverse tra loro e che perciò non hanno mai legato ma hanno generato una governance parassitaria e incompetente, che sa solo arricchirsi rubando sui trasferimenti dalle aree efficienti a quelle inefficienti, e in generale sulle risorse pubbliche e private. Uno Stato vassallo, in cui la politica è decisa dall’estero e alla classe politica interna, come unico spazio di azione, rimane la competizione-lottizzazione nel saccheggio del cittadino e della spesa pubblica. Non potendo procurarsi consensi con le buone politiche nell’interesse nazionale, i nostri politicanti se li procurano distribuendo privilegi clientelari. Questo è il modo di produzione della legittimazione elettorale in Italia.

I potentati stranieri dominanti sostengono e legittimano quelle forze politiche e burocratiche italiane che meglio servono i loro interessi a spese degli italiani (fino a mandare eserciti italiani a combattere servilmente guerre americane e francesi contro gli interessi italiani), consentendo loro in cambio di continuare i loro traffici con piccole banche, appalti truccati. E’ grazie a siffatti rapporti con la partitocrazia e la burocrazia italiane che potentati stranieri hanno acquisito il controllo di (quasi) tutte le imprese di punta e strategiche italiane, nonché della Banca d’Italia e del sistema creditizio. E’ così che il governo ha regolarmente sottoscritto, sotto ricatto di rating, contratti finanziari scientemente rovinosi a vantaggio delle controparti dominanti come Morgan Stanley, con perdite per decine di miliardi – vedasi il commento dell’onorevolele Brunetta all’audizione della dottoressa Cannata in commissione banche, audizione che si è cercato di mettere in ombra col polverone sulle dichiarazioni del presidente di Consob Giuseppe Vegas alla medesima commissione sul caso Etruria-Boschi, tacendo sul ministro e sugli alti dirigenti del Tesoro che sono poi passati a Morgan Stanley.

Un simile Stato, come apparato, non può vivere se non attraverso una corruzione sistemica, quindi intessuta nelle istituzioni anche di controllo (le campagne di lotta contro la corruzione, ovviamente, sono una presa per i fondelli). I suoi partiti politici sono galassie di comitati di affari dediti ad operazioni illecite o quantomeno scorrette. Le rispettive segreterie fanno da organo di coordinamento tra tali comitati, e di ricezione delle richieste di interessi stranieri (talvolta anche nazionali) dominanti. Che forza avrebbero i partiti di potere se non gestissero (clientelarmente) appalti, crediti, assunzioni, licenze? Nessuna. I partiti che si staccano da quelli di potere per perseguire ideali sociali e di giustizia, sistematicamente, si spengono; non sono vitali, sebbene abbiano talora ottime idee e grande onestà, proprio perché non si portano dietro alcuna fetta di spesa pubblica, alcuna risorsa clientelare. Laddove vi sono seri interessi in gioco, le leggi, anche dagli organi di controllo e giustizia, sono osservate solo marginalmente, soprattutto per mantenere una minima facciata di legittimità agli occhi della gente comune.

In realtà, vi è una netta divisione tra chi è soggetto alla legge e chi sta sopra di essa e la usa sugli altri per schiacciarli e spremerli. Il poterepubblico è inteso come proprietà privata, come diritto di passare sopra le regole e di togliere diritti agli altri, cioè di derogare alla legalità. Adesso, in campagna elettorale, è inevitabile che i partiti millantino, ciascuno, di avere la capacità e la volontà di salvare il paese e di combattere la corruzione. Lo afferma quella (pseudo) sinistra che è stata l’esecutore più attivo e fedele degli interessi stranieri, che più ha collaborato nel sottomettere ad essi tutto il paese, nello spremerlo per arricchire gli squali della finanzapredona, nel sabotare l’economia e l’ordine pubblico, nell’imporre un pensiero e un linguaggio unico che impedissero persino di descrivere ciò che essa stava e sta perpetrando. Poi abbiamo un Berlusconi, proprietario del principale partito del centrodestra, che ha sempre usato i voti di chi gli dava fiducia per sostenere la linea della (pseudo) sinistra e della Germania, persino il rovinoso governo Monti, al fine di difendere i propri interessi aziendali e processuali – un Berlusconi da sempre condizionabile mediante attacchi giudiziari che scattano quando serve.

Abbiamo una Lega con analisi e propositi condivisibili, la quale un tempo era indipendentista e ora non lo è più, almeno nelle dichiarazioni, e si propone come tutrice degli interessi nazionali pan-italiani entro un’Ue e un euro in cui vuole rimanere. Purtroppo, sino ad ora, su scala nazionale, la Lega ha realizzato niente o quasi dei suoi programmi, pur essendo stata a lungo al governo. Abbiamo infine una M5S che conta numerosi esponenti validi, coraggiosi e liberamente agenti, ma i cui titolari – quelli che enunciano che “uno vale uno” – non si sa che mete abbiano e che interessi incarnino, anche se appaiono significativi legami con gli Usa. Abbiamo infine una nuova, furbesca legge elettorale, che lascia nelle mani delle segreterie (negandole agli elettori) non solo la scelta dei parlamentari, ma anche la decisione sul nuovo governo: una legge tipicamente partitocratica. No, signori miei, non illudetevi: il processo di disfacimento e la parassitosi maligna interna ed esterna continueranno più saldamente che mai, con la Bce che sosterrà il debito pubblico, differendo il collasso, per consentire di portare a compimento il piano di trasferimento delle risorse del paese. Niente cambierà con le prossime elezioni. L’unico cambiamento possibile e concreto lo realizza chi emigra.

(Marco Della Luna, Il Re è nudo ma niente succede, dal blog di Della Luna del 17 dicembre 2017).

http://altrarealta.blogspot.it/

DIEGO FUSARO: Papa Francesco, un discorso di Natale ispirato a Soros più che a Cristo


fonte Diego Fusaro

sabato 30 dicembre 2017

MATT DAMON: C’E’ UN ELITE MARCIA AL POTERE,COSTORO NON SONO UMANI.


In questo video l’attore Matt Damon parla pubblicamente sul Nuovo Ordine Mondiale e degli Illuminati in un discorso forte e coraggioso.
Alcuni estratti:
Egli cita il “mondo sottosopra” in cui stiamo vivendo in cui le persone sbagliate sono in carcere e le persone sbagliate sono fuori dal carcere.
Dice anche che le persone sbagliate sono al potere, mentre le persone sbagliate sono fuori dal potere.
Matt Damon – “Le cose sono tutte al contrario” dice
“Il problema del mondo non è la disobbedienza civile ma l’obbedienza civile”
“La Germania nazista è diventata forte perché la gente obbediva ad Hitler”…
“La gente di tutti i paesi ha bisogno dello spirito della disobbedienza civile”
“tutta la gente di tutti i paesi del mondo deve capire che lottiamo tutti per la stessa cosa”
Fonte tratta dal sito .
http://wwwblogdicristian.blogspot.it/search/label/massoneria-nwo-illuminati

Usano Il denaro come arma di distruzione di massa.Ecco i 30 uomini che tengono in ostaggio il mondo.













Ricattano il mondo truccando le regole,maneggiano 650.000 miliardi di dollari,usano il denaro come un arma di distruzione di massa.Ecco chi sono gli uomini che tengono in ostaggio il mondo.

Attenti a quei Trenta: ricattano il mondo truccando le regole. E nessuno li può fermare, perché maneggiano 650.000 miliardi di dollari, cioè otto volte il Pil del pianeta. In dieci anni, hanno messo in ginocchio l’economia reale. E sono ancora lì, a dettar legge, a cominciare da uno dei loro specialisti, Mario Draghi. Teoria del complotto? No: storia. Quella del famigerato “Group of 30”, creato alla fine degli anni ’70 da personaggi come David Rockefeller. Obiettivo: piegare le nazioni ai diktat della speculazione finanziaria. Missione compiuta: oggi l’intera Europa è nelle loro mani, e un paese come l’Italia – membro del G8 – è agli ordini della super-lobby che ha commissariato il governo affidandolo al fido oligarca Mario Monti, tecnocrate targato Goldman Sachs, veterano del Bilderberg, della Trilaterale e della micidiale Commissione Europea, quella che oggi dispone il suicidio sociale degli Stati mediante il pareggio di bilancio.

Un capolavoro, in sole tre mosse. Primo: attraverso la “superstizione o isteria del debito pubblico”, si distrugge la capacità dello Stato di creare e controllare qualsiasi ricchezza finanziaria significativa, che a quel punto resta unicamente nelle mani dei mercati di capitali, da cui gli Stati finiscono per dipendere in toto. Seconda mossa: i dominatori finanziari, che ora spadroneggiano, per ottimizzare la rapina globale incaricano la super-lobby dei tecnocrati di ridisegnare leggi e regole, con adeguata propaganda. Terzo: gli oligarchi impongono le loro condizioni-capestro ai governi, ormai privati della facoltà di creare ricchezza finanziaria e quindi dipendenti dal ricatto, pronti cioè a ingoiare qualsiasi aberrazione speculativa. Parola di Paolo Barnard, autore del saggio “Il più grande crimine” sul complotto mondiale dellafinanza. Promotore italiano della Modern Money Theory – sovranità monetaria per avere democrazia reale e benessere sociale – Barnard è reduce dalla caserma dei carabinieri nella quale ha sporto denuncia contro Monti e Napolitano per “golpismo finanziario”.

C’era un piano ben congegnato per mettere nel sacco l’Italia: occorreva creare una sofferenza finanziaria artificiosa per consentire alla super-lobby di prendere direttamente il timone. Peccato che i “salvatori”, dice Barnard, fossero gli architetti stessi del piano: «Non ci vuole un genio a capire che il poliziotto iscritto al club dei ladri che gli pagano laute prebende finisce col tradire il suo mandato». Mario Draghi, per esempio: «Poteva fermare la loro mano semplicemente ordinando alla Bce di acquistare in massa i titoli di Stato italiani». Acquisto che avrebbe abbassato drasticamente i tassi d’interesse di quei titoli, la cui impennata stava portando l’Italia alla caduta nelle mani degli “investitori-golpisti”. Se Draghi avesse mosso un dito, i mercati si sarebbero fermati, «resi inermi di fronte al fatto che la Bce poteva senza problemi mantenere a un livello basso e costante i tassi sui nostri titoli di Stato». Ma Draghi, che pure siede sul trono della Banca Centrale Europea, si guarda bene dall’intervenire. Motivo? Non è solo l’ex governatore di Bankitalia: è anche, e soprattutto, un uomo di punta dei “terribili Trenta”.



Cosa ci fa un personaggio pubblico come Draghi dentro il club di coloro che hanno impedito al mondo di fermare la finanza criminale planetaria? Purtroppo, aggiunge Barnard, il presidente della Bce «dovrebbe vigilare proprio su coloro che condividono il suo club con intenti criminosi». Del resto, chi era il funzionario italiano che – da direttore generale del Tesoro – lungo tutti gli anni ’90 «supervisionò la svendita del nostro Paese alle privatizzazioni selvagge che non hanno sanato di nulla il debito pubblico ma che hanno sanato di certo imprenditori falliti come De Benedetti e fatto incassare miliardi in parcelle alle investment banks?» E chi era il funzionario italiano che «non ha detto una parola contro la micidiale separazione fra Banca d’Italia e Tesoro», divorzio «che ingrassò le medesime banche?». Sempre lui, l’ineffabile Draghi, «uomo “Group of 30”, uomo Bilderberg, uomo Goldman Sachs, e anche “bugiardo-Sachs”», visto che «ha sempre negato di essere stato in forza alla Goldman quando la banca di Wall Street organizzò la truffa per truccare i libri contabili greci in collusione col governo di Atene». E invece, dice Barnard, alla Goldman lui c’era, eccome: e ne dirigeva proprio gli affari europei.

E’ stato lui, Mario Draghi, a “inventarsi” un trilione di euro, in piena agonia dell’Eurozona, per regalarlo alle banche, praticamente senza condizioni. E tutto questo, dopo aver chiuso i rubinetti della Bce per far collassare il governo Berlusconi e consegnare l’Italia all’uomo del super-potere, Mario Monti. Manovra orchestrata dai maxi-speculatori, gli inventori della più spaventosa truffa planetaria, quella dei “derivati”, «astrusi prodotti finanziari del tutto comprensibili a non più di 200 individui nel mondo». Ma il “derivato dei derivati”, aggiunge Barnard, è proprio la crisi finanziaria 2007-2012, innescata dal virus dei titoli fasulli spacciati da Joseph Cassano, boss finanziario della City londinese. Il flagello dei “derivati” si è abbattuto su una situazione già catastrofica, provocata dalla bolla speculativa immobiliare americana dei mutui subprime, infettando quasi tutte le maggiori banche del mondo. Fino all’attuale “spirale della deflazione economica imposta”, la famigerata austerity, che ora i “golpisti” – sempre loro – usano per depredare a sangue interi Stati europei.

I “derivati”, dice Barnard, sono vere e proprie armi di distruzione di massa, visto che questi “Frankenstein-assets” vagano per il pianeta senza più controllo né regolamentazione, per una cifra di circa 650.000 miliardi di dollari. Il primo allarme nel lontano 1994, coi miliardi-fantasma della banca d’affari Merrill Lynch. Un pozzo senza fondo, che ha travolto anche i Comuni italiani, invitati a “privatizzare” il debito. Ancora oggi, i contratti Otc (“over the counter”) sono «liberamente usati per distruggere, e lo stanno facendo gli hedge funds come quello del criminale John Paulson, che scommettono in queste ore contro l’euro». Usando i “derivati”, continua Barnard, un pugno di speculatori può affondare persino uno Stato sovrano. Può ricattarlo e sospingerlo oltre il baratro del default. Con conseguenze agghiaccianti: disoccupazione e sotto-occupazione, suicidi, morti anzitempo, abbrutimento sociale, svendita-truffa del patrimonio pubblico, usura sullo Stato. E soprattutto: perdita di democrazia, a favore dei super-profitti dei soliti speculatori, grazie anche al “fascismo finanziario” dell’Unione Europea, che oggi fa gridare allo scandalo persino il “Financial Times”, di fronte ai trattati-capestro imposti senza mai un referendum.

«Domanda: come si è arrivati a questo? Perché non lo si è evitato? Risposta: “Group of 30”». Proprio i Trenta, secondo Barnard, sono la punta di lancia dell’operazione “golpista”. Una lobby di tecnocrati eccezionali, varata nel 1978 con l’aiuto dei Rockefeller: 30 membri, a rotazione, accuratamente designati. «Sono quasi tutti uomini che hanno lavorato con la mano destra nella speculazione finanziaria, e poi con la sinistra nella regolamentazione statale». Missione: piegare le leggi ai propri voleri, naturalmente all’insaputa dei cittadini. Il “Group of 30”, scrive Eleni Tsingou nel più devastante lavoro accademico sulla super-lobby planetaria, «non solo ha legittimato il coinvolgimento del settore privato nelle politiche di Stato, ma ha anche permesso all’interesse privato di divenire il cuore delle decisioni di politica finanziaria». Un trust di cervelli, potentissimo e imbottito di miliardi. E’ proprio il “Gruppo dei 30” a intuire le immense potenzialità dei “derivati”: sono stati loro, gli adepti della super-setta egemone, a inquinare il mondo con la peste dei titoli tossici, per riuscire infine a mettere in ginocchio interi Stati.
Nel 1993, racconta Barnard, il gruppo pubblicò il primo manuale d’uso sui “derivati”, destinato ai controllori statali, europei e americani, delle transazioni finanziarie: non sapevano come maneggiare quei titoli, quindi accolsero con favore lo studio del gruppo e l’ignoranza tolse loro ogni potere di contrastarne le pericolose conclusioni. Primo: i “derivati” sono indispensabili perché “rappresentano nuovi modi di capire, misurare e gestire il rischio finanziario”. Ovvero: «Gli strumenti più “rischiogeni” della storia della finanza avrebbero, secondo loro, ridotto il rischio». Poi: si sottolineava che “la chiave per l’uso dei “derivati” è l’autoregolamentazione”, visto che “le regole statali intrusive e basate sulla legge ne rovinerebbero l’elasticità e impedirebbero l’innovazione in finanza”. Ergo: si prega di non disturbare il manovratore. E i controllori? «Per evitare di apparire ignoranti che brancolavano nel buio si aggrapparono alle raccomandazioni del Gruppo, sia in Usa che inEuropa, sospinti in modo decisivo proprio dai loro colleghi senior che erano membri di spicco di questa lobby».

Ma il “Group of 30” osò anche di più, continua Barnard: la super-lobby scrisse che i controllori avrebbero dovuto “aiutare a rimuovere le incertezze legali dei regolamenti in vigore”, e fornire un trattamento fiscale favorevole ai “derivati”. «L’intero lavoro era stato abbondantemente oliato con i fondi della mega-banca speculativa JP Morgan». Eppure, «nonostante la sfacciataggine di quelle righe – osserva Barnard – tre fra i maggiori organi di controllo del mondo, il Comitato di Basilea, il Congresso degli Stati Uniti e la Federal Reserve Usa, trovarono l’idea dell’autoregolamentazione accettabile». Di più: «Gettarono il loro peso contro i pochi controllori ed economisti che già allora suonavano le campane d’allarme», tra questi un prestigioso portavoce della Modern Money Theory come William Black. Al che, si mossero due delle più potenti lobby finanziarie anglosassoni: l’Iif di Washington (Institute for International Finance) e la Liba di Londra(Investment Banking Association): i due colossi «buttarono sul tavolo della trattativa le loro proposte per l’autoregolamentazione della trasparenza sui “derivati”, a pieno sostegno del “Group of 30”».



Per dare un’idea agli scettici del complotto, aggiunge Barnard, basta ricordare che proprio la Iif è la lobby che, poche settimane fa, ha dato gli ordini nella trattativa suicida della povera Grecia verso la trappola del secondo “bailout”. E dire che l’occasione per capire e controllare la distruttività dei “derivati” Otc si era presentata già all’inizio degli anni ’90: ma il “Group of 30” fu il primario attore nell’annullamento di ogni tentativo di portare questi killer sotto il controllo pubblico, con le conseguenze che sappiamo: crimini globali. Utile riflettere, dice Barnard, su «cosa questi mostri hanno fatto alla vita di centinaia di milioni di famiglie, a milioni di aziende e alle democrazie dei maggiori paesi occidentali, per non parlare degli orrori nel Terzo Mondo e sull’ambiente». Oggi, in pratica, «viviamo tutti su un ordigno termonucleare finanziario fuori controllo che si chiama 650.000 miliardi di “Frankenstein-Derivatives” in grado di far fallire il pianeta». Apriamo gli occhi: «Nessuna democrazia ha un senso, quando tutta la ricchezza è nelle mani di queste lobby senza pietà, a cui tutti i politici devono rispondere a bacchetta, invece che ai propri elettori».

E tanto per non far nomi, Paolo Barnard avverte che il “Gruppo dei 30” è fatto di persone in carne e ossa, ovviamente potentissime. Come gli americani Paul Volcker e Gerald Corrigan, passati dalla Fed a gruppi come Chase Manhattan Bank, Goldman Sachs, Morgan Stanley. Ci sono gli inglesi come lord Richardson of Duntisbourne (Banca Centrale d’Inghilterra, Lloyds Bank), l’ex ministro Geoffrey Bell, dirigente anche di Schroders, e lo stesso Mervyn King, governatore della Banca Centrale d’Inghilterra. Se dominano gli esponenti della finanzaanglosassone come gli statunitensi William McDonough (Dipartimento di Stato e First National Bank of Chicago) e Lawrence Summers (Segretario del Tesoro Usa, fedele del Bilderberg) non manca il resto del mondo: l’israeliano Jacob Frenkel (Banca Centrale d’Israele e Merrill Lynch), il giapponese Toyoo Gyohten (Ministero delle Finanze del Giappone, dirigente della Banca di Tokyo), il brasiliano Arminio Fraga Neto (Banca Centrale del Brasile, Solomon Brothers Ny, Soros Management Fund),  l’iberico Guillermo de la Dehesa (Banca Centrale di Spagna e ministro delle finanze, nonché banchiere del Banco Santander Central Hispanico e di Goldman Sachs).
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Alcuni membri del “Group of 30” hanno legato il proprio nome a famosissimi disastri: è il caso dell’ex ministro argentino dell’economia, Domingo Cavallo, padre della catastrofe che travolse il paese latinoamericano e “diligente allievo” del super-clan, i cui esponenti sono specializzati nel doppio incarico: Bundesbank e Dresdner Bank per il tedesco Gerd Hausler, Banca Centrale di Francia e Bnp Paribas per il transalpino Jacques de Larosière. Oltre a quello di Draghi, fra gli italiani spicca il nome dell’ex ministro prodiano Tommaso Padoa-Schioppa, quello dei “bamboccioni”, membro del Bilderberg come il francese Jean-Claude Trichet, già ministro delle finanze a Parigi e poi a capo della Bce. Conflitti d’interesse permanenti: chi lavora per la speculazione è chiamato anche a presiedere le autorità europee di controllo sulla finanza. E’ il caso del tedesco Axel Weber: Bundesbank, poi Ubs, quindi “European Systemic Risk Board” e “Financial Stability Board”.

Grottesco, annota Barnard: uno che lavora per il profitto speculativo con la super-lobby che ha scatenato il peggior rischio sistemico della storia della finanza mondiale, poi siede anche fra i funzionari che valutano il rischio sistemico inEuropa, dichiarando di vigilare sulle crisi. Altro controllore, l’inglese Adair Turner, presidente della Financial Services Authority della Gran Bretagna, l’istituto nazionale deputato a controllare l’industria dei servizi finanziari. Eppure: «Eccolo a busta paga della super-banca speculativa Merrill Lynch Europe come vice-presidente, e in bella mostra al “Group of 30”», dopo aver anche fatto parte, a Londra, delle commissioni per le pensioni e per i salari minimi. Un altro controllore, il tedesco Gerd Häusler (Global Financial Stability Report e Financial Stability Forum) ce lo ritroviamo come direttore dell’Institute of International Finance di Washington, altro deregolamentatore dei “derivati”. Membro del “Group of 30”, Häusler compare anche a New York nell’agguerrita agenzia Lazard, che nel caso-Grecia «faceva il doppio gioco», come consulente sia degli “investitori-strangolatori”, sia del governo di Papademos.

Questi, dice Barnard, sono gli uomini che hanno creato le leggi-capestro che oggi dissanguano la nostra economia e confiscano la nostra sovranità: «Stiamo parlando del sistema che ha messo in ginocchio l’economia del mondo in meno di un decennio». E’ il super-potere che, anche in Italia, ha minato il futuro dei nostri bambini, regalandoci le immense sofferenze di cui ormai sono pieni ogni giorno i titoli del giornali, con buona pace di qualsiasi residua democrazia reale. «Questo è il “Group of 30”, la lobby che ha aiutato in modo decisivo a causare questo allucinante scenario, questo livello di crimine internazionale», conclude Barnard: «Trenta individui a rotazione, ma solo trenta, col nostro Draghi in prima fila. Roba da far apparire Goldfinger un patetico principiante».

Paolo Barnard
Tratto da : libreidee.org

http://ilsapereepotere2.blogspot.it/2017/12/usano-il-denaro-come-arma-di.html

Ma in Niger ci sono gli scafisti o c’è l’uranio?



FONTE: SENZASOSTE.IT
Gentiloni ha annunciato alla vigilia del Natale, in sordina ed in mezzo alla distrazione dei regali natalizi, l’intervento in Niger. Ma la reazione politica al momento non è stata incisiva e si perde nella solita retorica dell’intervento umanitario per stabilizzare il paese. Ma la verità è un’altra.
L’annuncio dell’intervento italiano in Niger, fatto da Gentiloni su una portaerei, ha colto di sorpresa solo gli osservatori più distratti. La scorsa estate, nel periodo del giro di vite Minniti sugli sbarchi dalla Libia, il governo del Niger era già stato accolto a palazzo Chigi. Motivo ufficiale: una serie di discussioni, e di richieste di finanziamento da parte del paese africano, legate alla questione del contenimento dei flussi migratori. Minniti infatti, all’epoca (e non solo), sosteneva che le frontiere della Ue coincidessero con la Libia e che, proprio per quello, rafforzare la vigilanza in Niger avrebbe significato un alleggerimento dei problemi alla frontiera libica.
Naturalmente l’ovvietà di un Niger devastato dalle crisi idriche (si veda https://reliefweb.int/report/world/water-shocks-wetlands-and-human-migration-sahel ) e quindi produttore di immigrazione di massa in fuga verso l’Europa, è ufficialmente negata. Perchè per evitare tragedie nel Sahel, legate alla fuga dai territori, basterebbe intervenire sulle crisi idriche, favorendo le naturali economie locali, e non immaginare di creare fortezze da fantascienza. Se però andiamo a vedere la vastità della crisi idrica che tocca il Niger vediamo che non comprende il solo paese in questione. Ma anche tutta la zona dello Sahel, la grande fascia subsahariana che va da ovest (Mauritania) a est (Eritrea), ne è coinvoltaE spesso le zone toccate dalla crisi idrica coincidono con quelle di quella che viene genericamente chiamata guerriglia islamica. E’ il caso, appunto del Niger e del Mali, oggetto di intervento francese a inizio 2013.  Entrambi i paesi sono sotto, diciamo, protezione francese. Il che significa che Parigi interviene, quando la crisi economica e politica precipita, per “stabilizzare” economia e situazione politica del paese e far valere gli interessi francesi. La novità è che, stavolta, anche l’Italia interviene su quel terreno, storicamente francese di intervento nell’Africa subsahariana. Vuoi perché la Francia ha bisogno di alleati sul campo, per una operazione militare complessa, vuoi perchè, dopo una serie di frizioni economiche tra i due paesi l’estate scorsa, gli interessi in Europa e in Libia potrebbero, se l’Italia sa sfruttare l’occasione, farsi convergenti.
L’Italia annuncia l’intervento dopo che, in molta stampa francofona africana, la situazione nel Niger è stata definita come vicina a un significativo punto di rottura. I motivi ufficiali dell’intervento sono due e c’è anche un terzo da non trascurare. Il primo è quello di contenere significativamente la guerriglia islamista nel Niger, e vedremo quale sarà il ruolo dei 400-450 italiani inviati in quel paese, il secondo è quello di respingere le migrazioni, lì causate dalla crisi dell’acqua, con il solito trucchetto retorico della lotta ai trafficanti di uomini (quelli, come in Libia, che non si sono trasformati in “manager” per campo di concentramento per migranti). Poi c’è il terzo, tenuto in discrezione: il Niger ha appena ottenuto un finanziamento, dalla conferenza parigina di donatori, della bella somma di 23 miliardi di dollari (http://afrique.lepoint.fr/economie/niger-23-milliards-de-dollars-pour-la-croissance-et-la-securite-21-12-2017-2181816_2258.php ). Un pacchetto di aiuti, come si dice in gergo, allo “sviluppo e alla sicurezza”, delle dimensioni che Renzi si sognerebbe la notte, i cui appalti sono destinati a imprese europee. Di sicuro vedremo quindi imprese italiane su quel campo. Per non parlare della fornitura di armi necessaria alla “stabilizzazione”. Certo, c’è da chiedersi quanto le infrastrutture progettate in quel paese risolvano o aggravino la grande crisi idrica, e quella sociale correlata. Ma è una domanda fuori portata per le forze politiche italiane che devono ancora vedere come capitalizzare elettoralmente -ovvero minimizzando o sparando propaganda contro qualcuno- tutta questa vicenda.
Insomma, ad essere cinici con 150 milioni annui, e qualche cerimonia militare, l’Italia si dovrebbe garantire un po’ di appalti, per una cifra magari 20 o 30 volte superiore, per le proprie imprese dal settore infrastrutture a quello della fornitura . Dal punto di vista strategico-militare, quello dei rapporti con la Francia e del contenimento dell’immigrazione, i problemi sembrano esserci. Come testimonia un analista, sicuramente di destra ma intellettualmente lucido: Gianandrea Gaiani di Analisi Difesa http://www.analisidifesa.it/2017/12/luci-e-ombre-sulla-missione-italiana-in-niger/
Dal punto di vista di Gaiani, nonostante lo sforzo italiano (per noi degno di miglior causa), non è nè garantito l’affrancamento dalla subalternità militare a Parigi, già evidenziatosi con la crisi libica del 2011, nè il processo di razionalizzazione dei flussi migratori. Pare garantito, aggiungiamo noi, il canale degli appalti in Niger dopo la conferenza dei donatori e, forse, quello è lo scopo che ha messo d’accordo tutti nel governo. Ora si tratta di capire quale sarà l’iter istituzionale della missione. Anche se, da tempo, l’invio di truppe, specie con le nuove leggi in materia, segue sempre meno la strada della discussione in parlamento. E le forze politiche?
Dando per naturale l’assenza di qualsiasi visione strategica sull’Africa, continente la cui sinergia tra miseria e boom demografico è ottima candidata ad essere un futuro problema per l’Europail Pd è un partito delle aziende militari e dei grandi appalti, il centrodestra pure mentre per il movimento 5 stelle, portatore di una visione geopolitica a intermittenza, il Niger sarà occasione di scontro elettorale solo se trasformabile in uno spot di qualsiasi natura. Scontata l’opposizione di Potere al Popolo, resta il partito del presidente del senato Grasso. Il quale, recentemente, in un seminario Nato, sulla geopolitica, a Roma ha dichiarato che “bisogna garantire futuro in territori instabili”. Il sospetto è che la stabilità, in queste retoriche, passi sempre dalla punta di qualche baionetta. Legata a qualche appalto. Umanitario, ci mancherebbe.
Fonte: www.senzasoste.it
Link: http://www.senzasoste.it/cosa-va-litalia-niger/
26.12.2017
Ma in Niger ci sono gli scafisti o c’è l’uranio?
Il bello del nostro paese, si sa, è il più creativo e ardito sprezzo del ridicolo. In riferimento alla progettata spedizione in Niger, Il Messaggero ha titolato, in prima pagina, parlando di missione contro gli scafisti. Ora, basterebbe dare un’occhiata, anche pigra, alla cartina geografica per notare come, oltre a non avere alcun sbocco al mare, il Niger dista dalle prime spiagge dell’oceano nell’ordine, minimo, del migliaio di chilometri. Un po’ lontano affinché i nativi, che abitano la vasta fascia subsahariana dell’Africa, possano addestrarsi regolamente all’arte dello scafismo. Allo stesso tempo pensare che esistano organizzazioni di “scafisti”, per usare questo linguaggio giornalistico fuori dal tempo e dallo spazio, così ramificate da comandare in Niger è non avere chiarissimo come funziona il mondo oltre i confini tra Piazza di Spagna e il Quirinale (nel cui mezzo, in via del Tritone, c’è la sede del Messaggero a Roma). I rapporti tra clan, e all’interno di essi, infatti, nella lunghissimacatena di relazioni ogni tipo che passa tra la Libia e il Niger, sono estremamente complessi, mobili e instabili. Immaginare una spectre scafista che va dalle coste della Libia al Niger, e che comanda il tutto come una piovra fa con i suoi tentacoli, è materia buona per le trasmissioni di Formigli. Dove magari un qualche sodale di Grasso ammette sì che in Niger vi è un emergenza sicurezza che va coniugata, ci mancherebbe altro, con la solidarietà.
Certo, la parola scafisti vende come titolo e la parola Niger illumina la mente di Minniti, che immagina una sorta di Vallo Africano ai confini della Libia, ma non è per questi temi che, in realtà, ci si mobilita nell’area subsahariana di quel continente. Anche perché contribuire a “regolare” i flussi migratori di un paese, il Niger, che ha una estensione geografica quattro volte superiore all’Italia con l’invio di 450 soldati, e nei momenti di picco, appare un’impresa più bizzarra che impossibile. Oltretutto queste missioni sono costose, non a caso la Francia ha chiesto partecipazione all’Italia, e quindi appare chiaro che le truppe italiane non sono lì, salvo magari l’arresto di qualche figura ritenuta di spicco in un qualche traffico, per dare la caccia agli scafisti in un paese molto lontanto da qualsiasi sbocco a mare.
Il punto è che in Niger, oltre ai 23 miliardi di dollari in aiuti da noi segnalati (QUI) che andranno trasformati in appalti, c’è qualcosa che vale, come sempre, una spedizione militare. Qualcosa di serio, come quel tipico prodotto da green economy che è l’uranio. Ora, nessuno scopre oggi l’importanza del Niger nella produzione d’uranio. Tanto che nel 2002, nella fretta di accreditare prove sulla costruzione di centrali nucleari irakene grazie all’uranio del paese africano, congiuntamente i servizi del governo italiano e di quello americano costruirono vere e proprie fake news in materia in uno scandalo detto Nigergate(http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/esteri/iraq69/sismicia/sismicia.html )
In poche parole, si scrive Niger e si legge uranio. Stiamo parlando del quinto produttore di uranio al mondo ma con una popolazione, di venti milioni di persone, stimata tra le dieci più povere del pianeta. E in Niger vi è anche Arlit, una delle capitali mondiali della produzione di uranio impoverito. Proprio il pericolosissimo materiale per usi civili, di diverso tipo, e militari che provocò la morte dei soldati italiani al ritorno dalle missioni coloniali in Kosovo, Afganistan e Jugoslavia (340 morti, 4000 malati, una strage silenziata al massimo dai media, con D’Alema e Mattarella, all’epoca ministro della difesa, che in materia negarono l’impossibile). Ma in Niger se si scrive uranio si legge Areva, una multinazione francese a proprietà pubblica, con un proprio distinto grattacielo al quartiere parigino della Défénse. Il campo si fa quindi più chiaro: lo sfuttamento e l’export dell’uranio del Niger, i cui proventi non vanno certo ad una popolazione ben al di sotto del livello di povertà, è in mano francese. Lasciamo agli storici dello sviluppo la categoria da usare in questo caso ma a noi questa dimensione post-coloniale sembra del tutto coloniale.
Come ricorda questo articolo, l’export di uranio del Niger, oltre a non fruttare niente per il popolo di quel paese e inquinarne pesantemente le acque, fornisce energia per il 50 per cento della popolazione francese (https://www.pambazuka.org/governance/french-nuclear-power-fed-uranium-niger ). E’ evidente quindi che lo sviluppo drammaticamente ineguale in Niger è un affare interno della Francia. Ma anche esterno, perchè nella fornitura di energia atomica in Ue, che è circa un terzo di quella complessiva, l’uranio permette alla Francia di essere la principale produttrice di energia del continente, con una quota del 17,1% sulla produzione totale Ue e davanti a Germania (15,3%) e Regno Unito (calo ma al 13,9%).  Si capisce quindi che gli scafisti di un paese senza sbocco al mare c’entrano poco, se non come fake news alla matriciana, e che l’uranio c’entra molto di più in questo intervento italiano, a supporto della Francia, nell’Africa subsahariana. Certo, visto che l’Italia, come ogni paese Ue, non è autosufficiente sul piano energetico, l’aiuto ai cugini forti francesi potrebbe prevedere anche delle facilitazioni nell’acquisto di questa preziosa merce.
Veniano però alle questioni che sembrano imporre ai francesi una seria ristrutturazione economico-politica dell’area e che vanno oltretutto oltre la forte, almeno stimata come tale, presenza nell’area della guerriglia islamista di vario tipo. Così si capisce a cosa gli italiani vanno a supporto.
1) il 2011 è stato un anno cruciale per Areva, e quindi la Francia, nel settore. Per due sostanziali motivi. Il primo si chiama Fukushima, che ha imposto non solo una crisi ma anche una seria ristrutturazione nel settore dei reattori nucleari. Certo ci sarebbe molto da dire su un paese, l’Italia, che accetta il risultato del referendum contro il nucleare a e poi va a fare avventure coloniali per garantire il nucleare nel mondo. Ma andiamo oltre: il 2011 è anche l’anno dell’uranium-gate del Niger, questione che lega Areva alla corruzione sul posto, recentemente riassunto dalla Bbc (http://www.bbc.com/news/world-africa-39744861 ). Ma non finisce qui, poche settimane fa in seguito agli scandali del 2011 lo stesso governo francese perquisisce gli uffici di Areva ( https://www.usinenouvelle.com/article/perquisition-a-areva-sur-un-rachat-d-uranium-a-perte-au-niger.N619843 ). Motivo: una parte significativa dei fondi girati in quella storia si suppone sia finita a ambienti russo-libanesi. Morale: le ristrutturazioni del settore e le vicende di tangenti Areva-Nigeria erano scappate di mano dal controllo francese. Ma se fossero solo questioni interne non ci sarebbe da mandare truppe in Africa. Invece, piuttosto, passiamo all’altro punto.
2) Prima di tutto c’è da contrastare, da parte dei francesi, la presenza cinese nel luogo(si veda questo articolo di due anni fa http://www.businessinsider.com/niger-uranium-mine-and-nuclear-china-2015-10?IR=T ) . E per questo, visto che in Africa i cinesi non esistono sul piano militare, non c’è niente di meglio che ristrutturare Areva dall’interno e far valere la propria presenza sul campo in termini di truppe. Con l’aiuto dell’Italia. E in questo contesto la guerriglia (come già accaduto con la sollevazione dei tuareg oltre dieci anni fa che minacciava le miniere di uranio https://seekingalpha.com/article/41746-tuareg-rebels-threaten-uranium-mining-in-niger ) si è fatta sentire. Una guerriglia definita islamista che aveva già colpito siti francesi nel 2013 (https://www.theguardian.com/world/2013/may/23/niger-bomb-army-french-uranium ). Si parla di una guerriglia per la quale oggi, secondo fonti africane in lingua inglese, la guerra dell’uranio in Niger sembra essere appena cominciata ( http://www.cameroonintelligencereport.com/niger-the-uranium-war-is-only-just-getting-started/ ). Una guerra con gli Usa che forniscono i droni, mentre la Francia, e l’Italia, sono sul campo. La prima a difendere i propri interessi diretti, la seconda a supporto. Cercando di ricavare appalti, come abbiamo detto nel precedente articolo, oppure una posizione privilegiata nella produzione di energia (e magari arrestando qualche “scafista” per la gioia dell’opinione pubblica). Ma chi sono questi gruppi islamisti? Secondo il Guardian, dopo un articolo a seguito dell’uccisione di quattro soldati americani nell’area, parla di gruppi esistenti, in grado di colpire, ma difficili da identificare “in una delle più remote e caotiche zone di guerra del pianeta ( https://www.theguardian.com/world/2017/oct/15/sahel-niger-us-special-forces-islamists ). Ed è in questo tipo di zona che la Francia vuol rimettere ordine, commerciale e militare, e che l’Italia va a fornire supporto.
3) Insomma, il Niger è un paese chiave per Areva, quindi la Francia, nel quale vanno rimessi ordine, e garanzia dei profitti. Al resto ci penserà la retorica dei media. Con l’Italia che cerca un ruolo. In una zona di guerra che ha mostrato già le sue forti criticità. Ma c’è un ultimo punto che Areva, e con lei la Francia, cerca. Quello che riguarda la propria stabilizzazione sul mercato finanziario legato all’uranio dopo, magari aver trovato, quella geopolitica. Infatti, è notizia recente quella che vuole il mercato dei servizi finanziari legati all’uranio come sconvolto dal comportamento del Kazakistan, paese leader della produzione mondiale di urano. Infatti, secondo gli analisti del settore, il Kazakistan ha tirato un vero e proprio siluro sul mercato dei servizi finanziari all’uranio (http://www.afr.com/business/energy/kazakhstan-puts-a-rocket-under-uranium-markets-20171204-gzyr8s ). Motivo? Annunciando il calo secco della produzione ha alimentato la creescita dell’azionario legato all’uranio: il cronico eccesso di fornitora dell’uranio teneva il prezzo di questa materia prima troppo basso per le esigenze finanziarie dei produttori e del mercato. Areva, in previsione di questa mossa aveva, poche settimane prima, tagliato produzione e personale in Niger (https://www.reuters.com/article/areva-niger/arevas-niger-uranium-mines-to-cut-staff-slash-production-union-idUSL8N1MM3TC ). E’ evidente però che la stabilità sul campo nel Niger, oggi, non è paragonabile a quella del Kazakistan per cui bisogna correre ai ripari. Come Areva, come Francia e come Italia a supporto. Se ne può stare certi: le mosse legate al Niger vedranno un piano di decisione politico, su più capitali dell’occidente, e uno legato alla situazione sui mercati finanziari. Poi si potrà raccontare degli scafisti, dei progressi contro la guerriglia islamista, cosa si vuole insomma.
C’è poi un punto realmente politico in tutta questa storia. Una tecnologia, altamente pericolosa, come il nucleare, sul quale ricordiamo l’Italia si è già espressa, è occasione di guerre coloniali come nel passato. In zone flagellate dalla fame e dall’inquinamento di ogni tipo. E si tratta di guerre coloniali che si candidano, a vergogna di un Gentiloni disposto a tutto pur di restare dove è, a devastare ulteriormente l’africa subsahariana. Infine, non si è capito l’iter parlamentare di tutta questa vicenda. Presto Mattarella, quello dell’uranio impoverito, scioglierà le camere. Ci sarà un voto? Ci sarà qualcosa? Intanto, per la stampa italiana, in Niger ci sono gli scafisti.
Fonte: www.senzasoste.it
Link: http://www.senzasoste.it/niger-ci-gli-scafisti-ce-luranio/
https://comedonchisciotte.org/ma-in-niger-ci-sono-gli-scafisti-o-ce-luranio/

venerdì 29 dicembre 2017

BARACK OBAMA is a CIA CREATION






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