di Paolo Becchi e Giuseppe Palma su Libero, 09/05/2018

Fino a lunedì sera si era comportato bene. Stiamo parlando del presidente della Repubblica, che sin dal 4 aprile – giorno in cui hanno avuto inizio le consultazioni  al Colle – ha dimostrato imparzialità. Con i due mandati esplorativi ha deciso di seguire la strada tracciata dal partito che ha preso più voti accettando, da democristiano, la tecnica dei due forni, cioè verificare se vi fosse la possibilità di un’intesa di governo prima tra M5S e Centrodestra e poi tra M5S e Pd. Falliti entrambi i tentativi, l’inquilino del Colle ha avviato lunedì un terzo giro di consultazioni al Quirinale. Corretto. Ma in serata avviene lo strappo.
Durante le consuete comunicazioni finali, Mattarella ha detto: «Sin dall’inizio delle consultazioni ho escluso che si potesse dar vita ad un governo politico di minoranza», e ha auspicato che i partiti «consentano attraverso il voto di fiducia che nasca un governo di servizio, un governo neutrale rispetto alle forze politiche», dettando anche il limite temporale di dicembre, quale «fine-vita» dell’esecutivo qualora i partiti non raggiungessero prima un’intesa su un governo politico. Ha aggiunto una garanzia personale: i componenti di questo governo di servizio non si presenteranno alle prossime elezioni.
C’è da rimanere basiti. Siamo di fronte all’esercizio di un potere tipico dei Re nelle monarchie parlamentari ottocentesche dove il sovrano esercitava il potere esecutivo tramite i suoi ministri.
GARANTIRE PER CHI?
Del resto, quando si garantisce per qualcuno, occorre prima conoscersi. Ma se fino a lunedì pomeriggio non si sapeva ancora l’esito del terzo giro di consultazioni, come ha fatto Mattarella a garantire per questi sconosciuti? E poi il governo si dimetterebbe su sua richiesta, se nel frattempo nascesse una maggioranza per un governo politico. Ma non è mica il capo dello stato che deve chiedere le dimissioni del governo. Concentriamoci però sula decisione di dar vita ad un «governo neutrale rispetto alle forze politiche».
L’articolo 92 della Costituzione assegna al capo dello Stato il potere di nominare il presidente del Consiglio e, su proposta di questo, i ministri. Questa è la norma, vediamo la prassi. Dal 1948 ad oggi il presidente della Repubblica, prima di nominare il presidente del Consiglio, ha sempre dato corso alle consultazioni con i gruppi parlamentari, una regola non scritta ma ormai consolidata. Mai, dal 1948 ai giorni nostri, il capo dello Stato aveva preso decisioni opposte alle indicazioni espresse da quei gruppi parlamentari che esprimevano la maggioranza dei seggi in Parlamento. Perfino Napolitano, si assicurò che Monti godesse della fiducia del Parlamento prima che l’ex commissario europeo ricevesse l’incarico per il governo tecnico.
DUE PESI…
Nel caso attuale, Mattarella si è detto indisponibile a dar vita ad un governo politico di minoranza (riferendosi a Salvini, che aveva chiesto l’incarico), ma disponibile a formare un «governo neutrale rispetto alle forze politiche», che però – al pari del governo politico di minoranza – non ha i numeri per ottenere la fiducia. Circostanza emersa durante le consultazioni, infatti sia Salvini che Di Maio, esponenti dei due gruppi parlamentari che esprimono complessivamente la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, si sono detti contrari a qualsiasi governo tecnico o del presidente, categorie nelle quali rientra l’atipica figura del «governo neutrale».
Per quale motivo il presidente Mattarella ha scelto la strada opposta a quella indicata dai gruppi che esprimono la maggioranza assoluta in Parlamento? Per quale motivo non ha privilegiato la nomina di Salvini a capo di un esecutivo politico di minoranza visto che il centrodestra è arrivato primo alle elezioni ed ha la maggioranza relativa dei seggi? Con quale criterio il capo dello Stato dovrebbe favorire la nascita di un «governo neutrale» senza voti e impedire la formazione di un governo politico di minoranza?
EUROFREGATURA
Le risposte a queste domande ce le fornisce lo stesso Mattarella: «Imminenti e importanti scadenze nella Unione europea, dove a giugno si assumeranno decisioni che riguardano gli immigrati, il bilancio dei prossimi sette anni, la moneta comune». In pratica, addirittura per mano del presidente della Repubblica, che ha prestato giuramento sulla Costituzione, ancora una volta la democrazia viene subordinata ai vincoli dell’Ue e dell’euro. A Bruxelles ci andrà un governo tecnico, privo della fiducia parlamentare, in grado di obbedire a tutto ciò che decideranno Germania e Francia.
Nel 1992-93 ci imbrogliarono con Tangentopoli e ci imposero Maastricht. Nel 2018 ci fottono col «governo neutrale».
fonte https://paolobecchi.wordpress.com/2018/05/09/il-governo-neutrale-del-quirinale-e-unoffesa-alla-costituzione/