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venerdì 4 maggio 2018

PERCHE’ DA NOI CI VOLLE L’IRI.




Probabilmente pochi sanno che, prima del 1940, lo Stato “cercò di ritrasferire alla proprietà privata le imprese IRI salvate dal disastro:  il tentativo non andò a buon fine perché mancavano le persone fisiche dotate di capitale proprio, e non preso a prestito dalle banche” (Antonio Venier, Il disastro di una Nazione, Ar, 2000).
Già: il regime (non a caso Male Assoluto) aveva questa pretesa, che i capitalisti ci mettessero del loro capitale. Oggi che l’IRI è stata svenduta a credito a indebitati esteri,  bisogna ricordare il motivo della fascistica pretesa. Consentire le privatizzazioni a capitalisti senza capitale  indebitati, significava tornare alla condizione per cui l’IRI  dovette essere creato. Una condizione disastrosa che ricorda molto da vicino quella attuale.
I privati, che non ebbero mai  i mezzi propri per finanziare lo sviluppo industriale italiano, ricorsero alle grandi banche  – straniere, tipicamente la Comit dei “tedeschi”  Otto Joel  Federico Weil , detentori dei capitali finanziari  internazionali  –   che raccoglievano il risparmio: le quali ovviamente – le norme “liberiste”  lo permettevano – usarono i depositi a vista o a breve, per finanziare le industrie, a medio-lungo termine.  Le banche commerciali erano insomma diventate, senza dirlo ai clienti,  le “banche d’affari”  che portarono alla crisi del ’29,  ed hanno riportato alla Depressione del 2007 ossia otto anni dopo che Clinton cancellò la Glass-Steagall, che  (visti i disastri della commistione)  negli anni ‘30 aveva separato per legge imperativa l’attività bancaria normale e   quella d’investimento, speculativa: atto di nascita del liberismo  selvaggio.
Persino Giovanni Malagodi, che più liberista non si può (fu  segretario del Partito Liberale, allora era  rintanato cin La Malfa all’ufficio-studi della Comit, covo di pensiero antifascista) ha scritto  che in quelle banche “del lavoro ordinario, con la clientela piccola o media, s’era perduto il gusto, la tecnica, la tradizione”: biasimo che si può oggi applicare da Montepaschi a Deutsche Bank,  passando per qualunque banca internazionale.
Non sapevano più fare il mestiere di prima, le banche, ma nemmeno sapevano fare il mestiere di grandi imprenditori, di cui erano divenute consocie. “Onnipresenti in ogni azienda, a ogni impresa,  ad ogni speculazione – i depositanti, i clienti delle quattro banche [Banca Commerciale, Credito Italiano, Banco di Roma, Banca Italiana di Sconto] sono inconsciamente soci di una serie svariatissima di aziende” (Riccardo Bachi, economista).  Per contro, nel 1919, i fratelli Perrone (Ansaldo)   rastrellarono azioni della Commerciale   nel 1920  gli Agnelli fecero lo stesso col Credit:  onde acquisire il controllo delle banche di cui erano debitori  fino al collo, e assicurarsene i finanziamenti . Le banche si difesero: “gruppi amici” acquistarono i pacchetti – con soldi prestati delle banche stesse. Le famose partecipazioni incrociate incestuose.
Uno degli effetti fu nel 1921 la bancarotta scandalosa della Banca Italiana di Sconto, per la  quale il Senato costituì una speciale commissione, con prerogative  di alto tribunale: tutti assolti nel 1926.  E non c’erano ancora Matteo Renzi, Elena Boschi e il PD liberista. I governi liberisti allora, almeno non facevano finta di essere “di sinistra”.
I governi liberisti – Bonomi e  Facta (l’ultimo)  – non spesero denaro pubblico per “salvare” la banca, il che significa: lasciarono che fossero svendute  le partecipazioni industriali  dell’istituto fallito, come oggi i “liberisti” impongono di svendere i crediti dubbi, ossia a 10 ciò di cui è recuperabile il 20%.

Contro la svendita dei crediti dubbi

Una soluzione poteva essere di costituire un ente pubblico che si assumesse   la smobilizzazione della attività principali della banca”; invece di abbandonarle ai predatori dei “mercati”, tipo gli odierni fondi avvoltoio.
Alberto Beneduce
Nel 1922, pochi mesi dopo la presa di potere fascista, crolla il Banco di Roma, dell’aristocrazia nera.  Mussolini lo fa salvare dal Tesoro, “cambiando le  persone”:  già. I banchieri,  divenuti d’affari, prestavano alle imprese privilegiate  con cui avevano partecipazioni incrociate (solo un centinaio , secondo Raffaele Mattioli)  ma senza penetrare nei  loro problemi tecnici  – non sanno farlo –  e i capitalisti imprenditori puntavano alla loro espansione aumentando i propri debiti.
Per di più, vollero speculare da finanzieri, scommettendo sulla svalutazione della lira, secondo loro resa inevitabile dalla crisi economica. Come disse il “polacco” Giuseppe Toeplitz al consiglio d’amministrazione della Comit nell’ottobre ’24, il momento è propizio per “tenere valori effettivi invece di crediti in lire”, ossia titoli e partecipazioni invece di  liquidità: con la svalutazione, i titoli e  le  azioni si sarebbero rivalutate.
Invece Mussolini decise di difendere la lira: “quota 90” (90 lire per 1 sterlina, contro le 153), operazione criticata  con più di una ragione – furono ridotti i salari – ma accompagnata da misure di riduzione dell’importazioni e di autarchia: fu “lanciata la battaglia del grano; il pane doveva essere d’un tipo unico, con la farina abburattata con un tasso dall’80% all’85%; la benzina doveva essere miscelata con alcool ricavato con gli scarti della viticoltura; la siderurgia doveva impiegare, di preferenza, minerali italiani; i giornali, per risparmiare cellulosa, dovevano diminuire a sei le loro pagine. Assieme alle molte misure economiche vi fu il prestito del Littorio, propagandato con tutti i mezzi. Il risultato fu soddisfacente: 3 miliardi e 150 milioni.”  (wikipedia). La piccola borghesia vide di fatto aumentare un poco il suo potere d’acquisto.  Gli operai, no.
Ma  alla luce della speculazione dei banchieri privati contro la lira, ossia la moneta nazionale,  lo sforzo  della rivalutazione acquista un senso.  La recessione del  1929 ebbe un aggravamento nel ’31; una ondata di  fallimenti cominciata con il Creditanstalt (Vienna, dei Rotschild) travolse a cascata  una serie di banche europee  ed americane, provocò l’uscita della sterlina dal tallone aureo, e mise alle  corde anche  la Banca Commerciale. Toeplitz si presentò al governo con un piano di salvataggio, il solito (pensate al “salvataggio della Grecia”, in realtà di Deutsche Bank e Paribas ): far pagare allo Stato le speculazioni sbagliate della banca privata.
La risposta che ottenne l’ha raccontata lo stesso Toeplitz: “Le  urla  incomposte di Beneduce mi hanno portato alla realtà  ….Già prima della riunione tutto era stato  preordinato e deciso, dietro le mie spalle, con la  solita disciplina fascista”.
Dare del fascista ad Alberto Beneduce  – il deus ex machina della strategia mussoliniana  –  suona oggi imperdonabile: il suocero di Enrico Cuccia, che aveva  chiamato le tre figlie rispettivamente Idea, Libera e Socialista, era sicuramente un massone, ma patriota. In qualche modo possiamo paragonarlo all’ariano d’onore Hjalmar Schacht,  il nazionalista tedesco che Hitler pose a capo della sua banca centrale.
Ma cosa avevano deciso Beneduce, il duce, il ministro Alberto De Stefani “dietro le spalle” di Toeplitz? Semplicemente questo: tutte le partecipazioni in imprese industriali vennero sottratte al controllo della Comit (e delle altre grandi banche) e  trasferite all’Istituto di Liquidazione, un ente di diritto pubblico, ma autonomo, fondato nel 1926:  questi attivi furono così temporaneamente   salvati dalla svendita (la stessa  che la finanza internazionale esige oggi per i “crediti inesigibili”; non performing loans), e le competenze del personale delle aziende, salvaguardato.

I nostri Effetti MeFo

Ma per finanziare le imprese, stante la scarsità di capitali privati nazionali (dei capitalisti senza capitale),  occorrevano grandi capitali. Da investire (e quindi immobilizzare) a medio-lungo  termine.  Dove trovarli? L’idea fu di mobilitare il risparmio. Già nel 1924  era stato creato l’ICIPU (istituto di Credito per le imprese di pubblica utilità) al precipuo scopo di aumentare gli investimenti per la produzione di energia elettrica dalle cadute d’acqua (il “carbone bianco”); Beneduce e  Bonaldo Stringher, direttore della Banca d’Italia, avevano fatto nascere l’INA, Istituto Nazionale Assicurazioni, allo stesso fine, raccolta del risparmio vincolato.
Obbligazione IRI 1937
Il 9  gennaio 1933 (la Borsa aveva  subito un collasso pochi mesi prima, come in tutto l’Occidente), Mussolini istruì per iscritto il ministro delle Finanze Guido Jung: l’Istituto di Liquidazione avrebbe dovuto essere assorbito da un nuovo ente di diritto pubblico. Quello che nacque (nello stesso mese, il 23 gennaio ’33) fu l’Istituto  per la Ricostruzione Industriale, IRI,  di cui mise a capo Beneduce (del resto l’idea era sua). Il direttore esecutivo   fu  Donato Menichella, un alto funzionario della Banca d’Italia. Ancora pochi mesi, e le tre grandi banche vennero nazionalizzate, e conferite all’IRI: ad essere salvata fu la Banca d’Italia, che aveva   aperto alle tre banche private  crediti 8 miliardi di lire, quando l’intera circolazione monetaria nel valeva 13. Questo immane credito inesigibile era poi stato trasferito all’Istituto Liquidazioni, praticamente quella che oggi chiamiamo “bad  bank”.  I banchieri privati superstiti dovettero giurare di limitarsi a  “investimenti di pronta  liquidità, escluso ogni immobilizzo industriale anche sotto forma di partecipazioni azionarie”.  La nostra Glass- Steagall Act. 
Al finanziamento industriale, telefoni, elettricità, cantieri navali, siderurgia,  provvidero appunto gli enti pubblici di medio credito appositamente creati.  Beneduce risolse la perenne scarsità dei capitali di rischio privati, facendo emettere obbligazioni industriali garantite dallo Stato:  i risparmiatori potevano partecipare a  finanziare le industrie nazionali,  con la tranquillità che il rischio era coperto dallo Stato.
Queste obbligazioni garantite “erano allora un’assoluta novità”, scrive Massimo Pini (1).   Infatti erano l’analogo  – e sicuramente il precursore  –  dei celebri “Effetti MEFO” che la banca centrale del Terzo Reich introdusse di lì  poco, nel 1934. Erano questi delle cambiali tratte da una ditta fittizia, la Metallurgische Forschungsgesellschaft m.b.H (“Società per la ricerca in campo metallurgico”), anch’esse garantite dallo Stato; di fatto con esse  gli industriali si pagavano tra loro e pagavano i fornitori. Era inteso che se gli effetti MeFo fossero stati portati all’incasso, lo Stato li avrebbe liquidati, stampando moneta dal nulla (e provocando inflazione):  ma essi erano fruttiferi (davano un interesse del 4%) e l’incasso avrebbe fatto perdere lo sconto che la Reichsbank avrebbe imposto – come per ogni cambiale. Per  cui conveniva tenere e usarle come moneta – moneta fra industriali. Così fu finanziato il Miracolo Economico di Hitler  – il solo vero miracolo economico del decennio della Grande Depressione, 1929-39 –   con la messa al lavoro dell’enorme disoccupazione. Quando il Fuehrer prese il potere, i disoccupati erano il 25% della popolazione attiva, e il 44% dei giovani: quasi 7 milioni.  “A gennaio ’34, sono calati a 3,7 milioni. A giugno, sono  ormai 2,5  milioni. Nel 1936 calano ancora, a 1,6 milioni. Nel 1938 non sono più di 400 mila”  (Maurizio Blondet, Schiavi delle Banche, Effedieffe).

A chi fa danni la sovranità

Pieno impiego. E non che la manodopera fosse assorbita dal riarmo: “è l’edilizia ad assorbire più disoccupati (+209%) seguita dall’automobile (+117%), la metallurgia solo al terzo posto (+83%).
Ecco cosa si può fare quando uno Stato  ha la sovranità monetaria. Come riconosce un nemico del Terzo Reich, il generale britannico J.F.C. Fuller, “La prosperità della finanza internazionale dipende dall’emissione d prestiti ad interesse a  nazioni in difficoltà economica; l’economia di Hitler significava la sua rovina. Se gli fosse stato permesso di completarla col successo, altre nazioni avrebbero certo seguito il suo esempio […] i  prestatori finanziari avrebbero dovuto chiudere bottega”.
Ma torniamo alla nostra Italia e IRI. Il miracolo economico fu meno pronunciato: il paese  essendo più arretrato come industrie e meno istruito, ed essendo di altra natura i capitalisti privati, rispetto a quelli germanici: privi di capitale, ma anche di patriottismo, di inventiva, di larghezza di vedute e genialità previsionale. In un documento del 1937 (5 maggio), la direzione dell’IRI  scrive: che nel nostro paese “ la maggior parte degli  esponenti delle classi plutocratiche e capitalistiche ha concepito sempre la funzione dei rapporti con lo Stato come un continuo tentativo di depredazione dello Stato”, l’IRI doveva lottare non solo per  industrializzare il paese coi poteri forti internazionali (le sanzioni sono del ’37), ma anche con la piccineria dei privati.  Ai quali  le aziende “pubbliche” sotto l’IRI, risanate e profittevoli,  tornarono a far gola. E  cominciarono  le invocazioni della loro libera stampa alla  “privatizzazione”, al “libero mercato”.  Nel ’34 Mussolini ordinava:”Nessuna vendita agli Agnelli da parte  dell’IRI di azioni Edison o ILVA”. Nel 1937 l’IRI, concepito come una escogitazione in qualche modo temporanea, fu per legge dichiarato ente “permanente”.
Caduto il  regime, nel 1944  Donato Menichella dovette giustificare, davanti ai vincitori statunitensi,  come mai in Italia fosse cos poco sviluppato il “mercato libero”  e poco applicata la “efficienza del capitale privato”, e come mai aveva permesso che il regime fosse anti-liberista. Menichella spiegò che da noi non  sono mai esistiti finanzieri puri, desiderosi di rischiare il capitale che solo gli industriali avevano interesse a diventare azionisti delle grandi banche, ma perché “miravano a trovare nelle banche il denaro versato dai depositanti e correntisti … per coprire gli esborsi  (che in tal modo diventavano fittizi)    per le loro sottoscrizioni delle azioni bancarie”.  Insomma spiegò che gli industriali si prendevano le banche con  i soldi che trovavano, e saccheggiavano, nelle banche stesse.  Non so se questo  vi ricorda qualcosa. Non restava che “tirare le conseguenze”, disse Menichella, “e riconoscere che lo Stato era, puramente e semplicemente, il padrone delle banche e il vero padrone delle industrie possedute dalle banche stesse”.

L’esempio di Italo

Ecco perché ci volle l’IRI. Il liberismo e  il “mercato” in Italia sono limitati dalla tirchieria e piccineria dei “capitalisti”,  che non vogliono  rischiare mai niente;  che vediamo anche adesso, appena possono, liberarsi delle loro imprese di famiglia vendendole appena diminuiscono i profitti a capitali stranieri   Penultimo caso  esemplare: Italo, impresa  neonata venduta al gruppo americano Global Infrastructure Partners (Gip): il quale  s’è  accollato  il mezzo miliardo di debiti bancari che i “capitani coraggiosi” Montezemolo e Della Valle e amici erano riusciti a contrarre con le banche in pochissimi anni di vita dell’impresa di treni veloci privata.  L’hanno gestita dunque maluccio, a credito; per  poi incassare 2,7 miliardi dalla vendita, e pure distribuire ai soci  dividendi per 30 milioni.
Insomma  gli imprenditori italiani non aspirano a imprendere. Aspirano a vivere di rendita consumando i corrispettivi delle loro vendite, di aziende fatta vivere con i crediti bancari non restituiti (come ci insegna Montepaschi).   Solo uno Stato può avere la visione per realizzare strategie di lunga durata a favore  della Nazione, intesa come comunità che vuole lasciare a figli, nipoti e bisnipoti futuri  un destino all’altezza dei tempi  -ossia non di pizzaroli, mandolinari e consegnatori di pizze a domicilio; o zappatori. Oggi l’abbandono del paese alla dogmatica del “mercato” ci ha portato  nello stato di “semicolonia in declino irreversibile”.
Spero di aver spiegato perché “ci vuole l’IRI”. Anche se ha cessato di funzionare egregiamente nel pluripartitismo, in quanto doveva non tanto pagare tangenti a troppi partiti, ma dare posti di lavoro clientelari che ne appesantirono la  gestione (rigorosamente privatista  durante il fascismo)  con quelli che nella neolingua democratico-sindacale si chiamano “oneri impropri”, stipendi superflui.
Proprio  perché la popolazione italiana ha debole o inesistente il senso della responsabilità nazionale, e forte l’egoismo piccino, le occorre un governo “autoritario” nazionale e sovrano  per correggere la sua assenza di amor di patria.  Naturalmente non aggiungo a “perché ci vuole l’IRI” il  “perché ci vuole un duce”. E’ una orma di governo che abbiamo giustamente  aborrito  e rigettato. Ora che ci lasciamo governare dalle oligarchie transnazionali,  converrà segnalare che l’aborrito sistema di governo  “autoritario” è quello che in Ungheria e Polonia resiste ai diktat dell’eurocrazia, e in Russia e  Cina prova a creare un sistema  di dirigismo svincolato dal capitalismo terminale globale e adatto ai tempi.
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1 – Tutto questo articolo è ispirato dal saggio di Massimo Pini: “I giorni dell’IRI – Storie e  misfatti da Beneduce a Prodi”, Mondadori , 2000. Massimo Pini (1937-2012) che ho avuto l’onore di conoscere personalmente, da editore che era (fondatore della SugarCo)  fu piazzato da Bettino Craxi nel consiglio d’amministrazione dell’IRI dal 1986 al 1992, a sorvegliare ed impedire le svendite dette privatizzazioni delle industrie a partecipazione statale, in una visione di interesse nazionale. Nel 1992, l’attacco sincronizzato di Mani Pulite e dell’ideologia della “efficienza del mercato” come più morale del corrotto potere socialista, spazzò via il gruppo patriottico. La presidenza del consiglio fu data a  n altro tipo di socialista, Giuliano Amato, che operò immediatamente le privatizzazioni, lo smantellamento delle industrie IRI.  Benchè formalmente “consigliere alle privatizzazioni” per Giuliano Amato, Massimo Pini non  aveva più la forza, né la copertura  politica, per esercitare la resistenza e il freno che aveva esercitato negli anni precedenti.
Maurizio Blondet
fonte https://www.maurizioblondet.it/perche-da-noi-ci-volle-liri/

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